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ALICe: spazio ai giovani in prove tecniche di bilancio attività

A margine della penultima giornata di screening riportiamo alcune considerazioni degli organizzatori dell'iniziativa.
Un bilancio estremamente positivo, spiegano D’Alessandro e Zani. ALICe è nata nel 1997 e nel corso degli anni è riuscita ad entrare nel cuore dei valdostani. Ben lungi dal voler fare un bilancio ma soltanto a livello informativo, perché i nostri sostenitori sappiano come vengono utilizzate le risorse associative, in questi 18 anni di attività i soci sono stati circa 3000 e quelli attivi annuali, cioè in regola con le quote associative nei 3 anni precedenti, circa 300. Altrettante persone hanno devoluto all’associazione offerte e il 5 x 1000. Quasi 15000 persone esaminate per un totale di circa 50000 prestazioni erogate in 18 anni di attività. Tutto questo grazie all'attività volontaria e spontanea dei sostenitori di ALICe. Nelle foto due giovani volontarie figlie d'arte, riprese intente nella loro attività durante la manifestazione di Domenica 24 maggio: a sinistra, Francesca Deregibus (Zani), una giovane veterana che ha partecipato "spontaneamente" a diverse campagne di prevenzione e sensibilizzazione; a destra,  Rossella D'Alessandro, ultima new entry. 


Maggio: mese della prevenzione

Proseguono le giornate di screening organizzate da ALICe Onlus VDA nell’ambito dell’iniziativa “Maggio: mese della prevenzione dell’Ictus”.
Per Domenica 14 Giugno è stata organizzata un’altra sessione per soddisfare le numerose richieste da parte dei cittadini di adesione allo screening. Come per le due precedenti giornate anche per questa i volontari dell’associazione eseguiranno la misurazione della pressione, glicemia e colesterolo, lo screening della fibrillazione atriale e il questionario per il calcolo del rischio di ictus cerebrale. Terminano il percorso l’esecuzione dell’ecodoppler per lo screening della placca carotidea e il colloquio con i consigli del medico esperto in prevenzione. 
Le 52 persone prenotate saranno sottoposte a 350 prestazioni offerte tutte in modo assolutamente gratuito da parte dell’associazione o in cambio di un’offerta da parte degli aderenti. I proventi della giornata saranno utilizzati per finanziare le attività e le iniziative dell’associazione, spiega il dr. Giuseppe D’Alessandro, medico neurologo e fondatore dell’associazione. Oltre alle giornate della prevenzione del mese di Maggio sono previsti altri momenti di incontro con la popolazione, quali gli screening in programma presso la farmacia comunale di Corso Battaglione ad Aosta o nei vari comuni della regione, organizzati su iniziativa del direttivo e della presidente di ALICe, sig.ra Lorella Zani, in collaborazione con i volontari del soccorso di Chatillon.
Nell’ambito della fortunata iniziativa “Aperitivi Scientifici” a cui hanno partecipato alcune centinaia di persone, per una media ad incontro di 50-60 partecipanti, sono previsti per il 9 e il 16 Giugno altri due appuntamenti, il primo dedicato alle manovre di primo soccorso e il secondo alle cure domiciliari per pazienti affetti da patologie croniche.




Un bilancio estremamente positivo, spiegano D’Alessandro e Zani. ALICe è nata nel 1997 e nel corso degli anni è riuscita ad entrare nel cuore dei valdostani. Ben lungi dal voler fare un bilancio ma soltanto a livello informativo, perché i nostri sostenitori sappiano come vengono utilizzate le risorse associative, in questi 18 anni di attività i soci sono stati circa 3000 e quelli attivi annuali, cioè in regola con le quote associative nei 3 anni precedenti, circa 300. Altrettante persone hanno devoluto all’associazione offerte e il 5 x 1000. Quasi 15000 persone esaminate per un totale di circa 50000 prestazioni erogate in 18 anni di attività. Tutto questo grazie all'attività volontaria e spontanea dei sostenitori di ALICe. Nelle foto due giovani volontarie figlie d'arte, riprese intente nella loro attività durante la manifestazione di Domenica 24 maggio: qui a sinistra,  Francesca Deregibus (Zani), una giovane veterana che ha partecipato "spontaneamente" a diverse campagne di prevenzione e sensibilizzazione;  a destra, Rossella D'Alessandro, ultima new entry. 



L’approccio multiprofessionale alla persona adulta con patologie neurodegenerative – SLA”

Le malattie neurodegenerative e la SLA: nuovi concetti.

Dr. Giuseppe D’Alessandro – Neurologo – Direttore Distretti Socio-Sanitari 3 e 4 – ASL Valle d’Aosta.

La conseguenza inevitabile dell’invecchiamento demografico sarà l’aumento delle malattie croniche e di  quelle cronico-degenerative. Mentre le prime, a cui  appartengono  le malattie cardio e cerebrovascolari, il diabete e le malattie respiratorie croniche,  con programmi mirati  di prevenzione potranno  in qualche modo essere contrastate in quanto causate da  fattori di rischio modificabili, quali l’ipertensione arteriosa, la dislipidemia, gli stili di vita e le abitudini alimentari scorrette, e l’inquinamento ambientale,   le seconde, a cui appartengono quelle neurodegenerative, essendo legate a fattori prevalentemente genetici,  saranno  destinate ad aumentare sempre di più nei prossimi anni.
Le malattie croniche si caratterizzano per un esordio lento e subdolo e un aggravamento progressivo che comporta nel tempo un carico assistenziale pesante  sia per la società che per il sistema sanitario.
Le malattie neurodegenerative, che comprendono la malattia di Alzheimer, la malattia di Parkinson, la Sclerosi  Laterale Amiotrofica, la Corea di Huntington e, per certi aspetti, anche la Sclerosi Multipla, si caratterizzano, oltre che per la lunga durata, proprio per il fatto che ad oggi sono orfane di terapie eziologiche. Anche se non siamo in  grado di bloccare il decorso, tuttavia, e per fortuna,  i farmaci sintomatici che utilizziamo  nella malattia di Parkinson  hanno significativamente migliorato la qualità della vita  delle persone che ne sono affette e sicuramente lo faranno i farmaci disease modifing utilizzati attualmente nei pazienti con Sclerosi multipla e i cui effetti potremo valutare fra pochi anni..
Rispetto a qualche anno fa, gli studi di genetica hanno compiuto dei progressi enormi. La maggior parte dei ricercatori è convinta che per le malattie neurodegenerative non esista più una differenza tra forme sporadiche e forme familiari, ma che esista solo una differenza di penetranza e di espressione dei geni coinvolti e un’interazione ambientale più favorevole in alcuni casi. In altri termini, il concetto nuovo di lumping e flitting, che molto si addice alla malattia di Parkinson: uno stesso gene mutato può dare distinti fenotipi (lumping), come anche diversi geni mutati possono dare lo stesso fenotipo (flitting).  Sono stati soprattutto gli studi di genetica della SLA che hanno consentito di arrivare a questa ipotesi. Nel 50% dei casi di SLA familiare sono noti i geni coinvolti e anche se nella forma sporadica è noto soltanto il 10% di questi, dai risultati degli studi effettuati emerge che quelli isolati sono gli stessi delle forme familiari. Altro traguardo raggiunto di recente è l’aver individuato un continuum nel decadimento cognitivo tra le varie forme di malattie neurodegenerative. Alcuni confini e certezze cliniche sono oggi più sfumati che per il passato. Con le nuove metodiche di indagine, oltre a quelle genetiche,  i marker ematici o liquorali nonché l’individuazione delle placche di amiloide con lo studio scintigrafico nella malattia di Alzheimer o il rilevamento dei sintomi non motori nella malattia di Parkinson, si potrà diagnosticare queste malattie molti anni prima che si manifestino e quindi verificare e testare nuovi farmaci nella fase asintomatica. 

Certamente, come è successo per altre malattie, quando la genetica avanza cosi tumultuosamente, come per esempio nella SLA, e quindi la possibilità di individuare le proteine e le funzioni ad esse sottese, la probabilità di disporre di una  terapia eziologia diventa sempre più concreta. Nell’attesa che ciò si verifichi, i servizi sanitari e quelli socio-sanitari, devono essere in grado, come già avviene nella nostra realtà distrettuale,  di gestire questa tipologia di malati, attingendo non solo alla professionalità e alla collaborazione tra gli operatori, ma alla capacità di lavorare in équipe e di integrarsi con le strutture e gli operatori dell’ospedale,  e attivando tutti i servizi operativi sul territorio. Dall’inserimento nelle strutture assistenziali sanitarie o residenziali socio-sanitarie fino all’ospedalizzazione domiciliare o all’assistenza domiciliare integrata nel contesto di una nuova organizzazione territoriale dei medici nelle  Unità di Cure Primarie e nelle Aggregazioni funzionali Territoriali e per il personale infermieristico l’adozione o l’integrazione di nuovi modelli assistenziali.